Libertà religiosa

 Il pendolo della libertà religiosa

   Un clamoroso caso di incertezza dei diritti: la Costituzione usa parole solenni per affermare che “tutte le religioni sono ugualmente libere di fronte alla legge” (art. 8) e che “tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto” (art. 19). Parole adamantine e però vanificate dal pregiudizio secondo cui l’Italia era e resta un paese cattolico e che le altre presenze religiose possano essere, al meglio, benevolmente tollerate. Ma nulla di più. Se poi “gli altri” sono evangelici africani o musulmani la soglia della tolleranza si abbassa sino a crollare e a far luogo alla discriminazione e al razzismo.

Il “caso” – per nulla eccezionale e isolato – che ci dà lo spunto per una preoccupata riflessione è quello di una piccola chiesa pentecostale africana, la Christ Peace and Love, costituitasi a Gorle in provincia di Bergamo. Con enorme fatica e qualche ingenuità, i membri della comunità si sono tassati fino a mettere da parte i fondi necessari ad acquistare un modesto capannone nell’area post-industriale.

Non avevano fatto i conti con la Giunta locale, di ispirazione leghista e ben determinata a tenere gli immigrati il più lontano possibile dal proprio territorio, tanto più se africani e non cattolici. Né erano consapevoli di un codicillo della legge regionale (legge 12 del 2005, art. 52 comma 3 bis) che avrebbe impedito loro di modificare la “destinazione d’uso” del loro immobile per farne una “chiesa” a tutti gli effetti amministrativi e catastali. La situazione di molti luoghi di culto della Lombardia resta infatti condizionata dal pendolo tra il diritto costituzionale alla libertà religiosa da una parte e l’intenzionale restrizione voluta dalla legislazione regionale dall’altra.

Giunta e sindaco di Gorle volevano utilizzare il caso della chiesa Christ Peace and Love per lanciare un segnale al loro elettorato e probabilmente per acquistare ruolo e visibilità all’interno della Lega Nord nella delicata transizione dall’era Bossi a quella Maroni: da qui la scelta di agire con la mano pesante e di emanare un’ordinanza di chiusura della Chiesa per “abusi edilizi”, per altro mai commessi.

Successivamente, quando la comunità ha continuato a celebrare il culto in un locale costruito con altra destinazione d’uso, ha emanato una seconda ordinanza, questa volta addirittura di confisca dell’immobile. E così sono arrivati i vigili urbani con sigilli e lucchetti: un’immagine avvilente, che fa a pezzi la Costituzione e distrugge un elementare diritto della persona e delle comunità. Un’immagine contraddittoria con quella dei buddhisti che aprono a Roma il più grande tempio d’Europa o con quella del Parlamento che, solo qualche settimana fa, ha approvato ben cinque nuove Intese con altrettante comunità di fede presenti e radicate in Italia. Un pendolo, appunto, tra aperture e chiusure, accelerazioni e frenate.

Alla vigilia di Pasqua un’altra svolta: il TAR di Brescia ha infatti annullato il provvedimento di confisca della chiesa pentecostale di Gorle e restituito l’immobile ai proprietari. Vedremo quale sarà la motivazione di quest’ordinanza e l’esito finale della vicenda ma il segnale è netto: il pendolo si è mosso di nuovo. E’ la mancanza di una moderna legge in materia di libertà religiosa a determinare questa insostenibile oscillazione tra diritto e sopraffazione, tra libertà e intolleranza. Certi principi fondamentali della Costituzione repubblicana non posso essere affidati all’interpretazione e all’intenzione soggettiva: sono fondamentali proprio perché fondano un sistema di leggi, norme e consuetudini.

L’esperienza e la cronaca giudiziaria di questi decenni dimostrano che le norme sui “culti ammessi” del 1929 e del 1930 non reggono di fronte al nuovo pluralismo religioso affermatosi in Italia anche a seguito dei processi migratori, e ormai da decenni “si parla” di una nuova legge senza che mai si sia arrivati a un risultato. Capiamo bene che il legislatore della XVII legislatura abbia più di qualche problema urgente e di qualche incertezza di fronte a sé: ma la civiltà giuridica di un Paese si misura anche con la sua capacità di stabilire graduatorie e priorità di diritti. Anche in materia di libertà religiosa e di coscienza.

Paolo Naso